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A che serve?

a che serveLa domanda è sorta spontanea pensando a tutto quel po’ po’ di sapere che sappiamo o che crediamo di sapere. Massimo Rodolfi, il nostro paziente maestro, scherzando dice che siamo tutti dei “saponi”.

Si fa presto a utilizzare una briciola di conoscenza come un bel cappello da mostrare o un pretesto per illudersi di un conseguimento spirituale o di una espansione di coscienza che in realtà è solo una bolla d’aria assolutamente priva di significato se non è vivificata da una ben più profonda e amorevole saggezza e se non è inserita in un più vasto sistema di rapporti. Soprattutto il nostro vantato sapere non serve proprio a nulla se continuiamo a comportarci da sapienti ignoranti che avanzano inciampando a ogni piè sospinto, sbattendo da tutte le parti con la propria ingombrante e boriosa presenza, anche quando questo non appare in maniera così chiara ed evidente. Eppure bastano pochi attimi per mandare in frantumi un prezioso capolavoro che ha richiesto tempi lunghissimi e tanta, veramente tanta pazienza per poter essere realizzato. Basta un nonnulla per provocare subdole reazioni distruttive in sé stessi e negli altri. A che serve dire di essere sul sentiero se non si abbandona la vecchia e più comoda strada asfaltata?

A che serve un po’ di conoscenza senza rispetto? A che serve proclamare più o meno sfacciatamente la propria illustre presenza se invece di unire separa e se invece di accogliere esclude e allontana? Purtroppo accade spesso di non poter rinunciare al famigerato bisogno di attenzione che la nostra personalità richiede e così ogni pretesto è buono per diffondere la meravigliosa immagine che abbiamo di noi stessi e far sì che in molti la vedano e l’ammirino per sentircene gratificati. E per riuscire a far questo esponiamo sulle bancarelle di uno squallido mercato emotivo e mentale il nostro fare, il nostro dire, il nostro sapere, il nostro sentire … a volte anche l’agire!

A che serve tanto chiasso nel sottolineare le nostre grazie o le nostre disgrazie? A che serve svalutare il lavoro di altri per esaltare il proprio? A che serve rinunciare a conoscere di più e soprattutto a fare di più e meglio accettando di riconoscere i propri limiti? Imparare, sapere, non è un fine secondo me, ma un mezzo necessario al nostro divenire perché possa fiorire nella conoscenza del vero essere.

La vera conoscenza cura, non offende. Si porta come l’ultimo fuoco, come l’ultima acqua (M. Morya) e quanto preziosa è anche una piccolissima goccia d’acqua per chi è morso dall’arsura. La vera conoscenza deve servire a sfamare chi ha anela alla verità, a dissetare chi ha sete di Vita, deve servire a curare e non a offendere, deve servire a vestire gli ignudi, dando consistenza e splendore alle nostre vesti di energia, deve servire ad accendere, scaldare e illuminare gli angoli più umidi e freddi della nostra coscienza. La vera conoscenza è un distillato d’esperienza che profuma d’amore. A che serve se non viene condivisa semplicemente e umilmente, trasformando pensieri astratti in gesti concreti?

 MARINELLA...{#emotions_dlg.big-hug}

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