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Quando la Realtà non è quel che sembra

di Marilena Cremaschini

Le percezioni sono quelle funzioni sensoriali, della nostra mente ma anche del nostro corpo, che ci mettono in contatto col mondo esterno, che ci trasmettono dei messaggi ai quali noi reagiamo con dei pensieri, comportamenti, atteggiamenti e stati emotivi reattivi.

Non tutti, però, percepiamo nello stesso modo, così come tutti abbiamo un diverso metro nel valutare le cose, le persone, gli eventi e tutto ciò che ci accade: così il pessimista avrà sempre una visione più negativa e nefasta, rispetto all’eterno ottimista che vede speranza e possibilità in ogni situazione. Lo stesso vale per i nostri desideri che inconsciamente guidano la nostra volontà ed indicano la strada alle nostre scelte.

Il “Pensiero desiderativo”

Si definisce “Pensiero desiderativo” quando coi nostri sensi percepiamo non la realtà pura, concreta e tangibile, ma quella illusoria che vorremmo vedere, quella desiderata, ambita, voluta, ma non posseduta, allo stesso modo di come si percepisce il reale.

In pratica, il desiderio trasforma ed adatta la realtà in base ai desideri, e dunque tutto ciò che accade intorno alla persona che ha una tale visione, viene tradotto, tramutato nel reale e giustificato come tale. Facciamo un esempio pratico, che può accadere a chiunque in condizioni di normalità, cioè senza che vi siano delle patologie cliniche in atto.

Quando desideriamo un oggetto o che si verifichi una certa situazione – ad esempio, raggiungere una determinata meta lavorativa o poter avere quella casa che abbiamo visto e che non possiamo toglierci dalla mente – inviamo dei segnali al nostro cervello, continui e costanti sul desiderio a cui noi pensiamo con una certa costanza o comunque con insistenza e allo stesso modo, mandiamo alla nostra mente il messaggio del desiderio insoddisfatto, cioè che quella aspettativa lavorativa non l’abbiamo ancora raggiunta e chissà quante cose potremmo fare con un lavoro migliore e meglio retribuito, oppure mandiamo la necessità di dover cambiare casa e il desiderio di come potrebbe essere vivere nella casetta dei nostri sogni, che giorno dopo giorno, con la fantasia arrediamo e sistemiamo.

Dal momento che questo desiderio si fissa nella nostra mente, inevitabilmente, inconsciamente ma anche consapevolmente, tutte le scelte che prenderemo da quel momento in poi, tutte le nostre decisioni saranno influenzate dalla meta che ci siamo preposti. Normalmente le persone che non subiscono tale mancanza come una privazione, senza farsi troppo condizionare da essa, riescono a mantenere distinta la realtà dai sogni, separando le due cose con razionalità e logica, anche se il desiderio permane.

Vi sono persone, invece, nelle quali – a causa di un vissuto fatto di privazioni o per una situazione drammatica che stanno vivendo – il desiderio non rimane tale, ed il sogno allora si trasforma in una realtà che si va a sovrapporre a quella concreta, dove il soggetto può rifugiarsi per non sentirsi più affranto e privato di qualcosa percepito come essenziale e che viene spesso simbolicamente rappresentato in un oggetto. Quindi, in tal modo, queste persone sopravvivono alla loro condizione patologica.

La Mente è schiava dei nostri Desideri

Possiamo quindi dire che inevitabilmente la nostra mente è schiava dei nostri desideri. Quando desideriamo un oggetto o che si verifichi una certa situazione, inviamo dei segnali al nostro cervello, indicando allo stesso che ci manca qualcosa; quella cosa che rappresenta ciò che desideriamo e che desideriamo spesso proprio perché non possiamo averla.

Quindi, faremo di tutto per poter raggiungere e realizzare i nostri sogni, impegnandoci al massimo per realizzarli, e tutte le decisioni che prenderemo a partire dal momento in cui esprimiamo un desiderio, saranno condizionate da esso.

Quando il Sogno è veramente irraggiungibile

La giusta via sta nel mezzo. Non bisogna privarsi dei desideri e dei sogni, perché essi sono la spinta per migliorarci e per fare sempre di più, per cambiare la nostra vita in qualcosa di diverso che rispecchia le nostre aspettative. Tuttavia, seguire dei sogni impossibili o irrealizzabili e fissarci su di essi, può portarci a sviare il senso della realtà, delle nostre possibilità e dei nostri limiti; in tal caso può essere dannoso, perché ci fa insistere verso una meta che non è alla nostra portata.

La consapevolezza di chi siamo e di cosa possiamo fare, la si prova soltanto testandola, mettendoci alla prova e rischiando. In fondo, è in questo modo che si conoscono i propri limiti, però insistere ad oltranza in una direzione, quando è ormai chiaro che le aspettative che ci siamo prefissati vanno ben oltre le nostre capacità pratiche, ci fa finire ad essere ossessionati da ciò che non potremo mai essere od avere.

Quindi, finiremo per passare la nostra vita nel rimpianto di quello che, per mille sfortune, non ci è toccato, perdendo la possibilità di godere di tutto ciò che abbiamo a disposizione. Comprendere i nostri limiti è una consapevolezza coraggiosa, anche perché ci mette nelle condizioni giuste per raggiungere mete alla nostra portata.

Lo studio di Yale

Uno studio effettuato presso l’Università di Yale (Usa), i cui risultati sono pubblicati su Psychological Science, una rivista dell’Association for Psychological Science, ha dimostrato che non esiste una realtà oggettivamente uguale per tutti, ma tutti noi abbiamo la visione della realtà, desunta dalle nostre capacità intellettive, dal grado di cultura, dalle esperienze fatte e dalle nostre personali convinzioni. Quindi, non esiste una realtà “oggettiva” uguale per tutti, ma una realtà “soggettiva” a misura di ognuno di noi.

Concentrarsi su qualcosa, osservarla attentamente e a lungo, dovrebbe fornirci maggiori dettagli su di essa e renderla più concreta e affidabile, invece proprio questo atteggiamento renderebbe la cosa, l’oggetto, meno “reale” e più virtuale. Tutto a causa della mente che, mai come in questo caso, “mente”. “Capire dove gli oggetti sono, appare come uno dei più importanti e fondamentali lavori del cervello. È sorprendente scoprire che anche questo semplice tipo di percezione, è distorta dalla nostra mente“. Questo concetto è stato elaborato dallo psicologo Brandon Liverence, secondo il quale la concentrazione su un oggetto, dunque, distorcerebbe la percezione di questo, soprattutto quando viene messo in relazione con un altro.

Cerchiamo di spiegare meglio questo concetto. Insieme al collega Brian Scholl, Liverence ha analizzato le esperienze di un gruppo di volontari nell’osservare alcuni oggetti. I partecipanti sono stati invitati, ognuno in modo diverso, a concentrare la loro attenzione su un oggetto tralasciando gli altri che, tuttavia, potevano sempre vedere. I risultati di questo test, hanno per esempio mostrato come i partecipanti ritenessero che gli oggetti osservati con maggiore attenzione, fossero più vicini a loro di quanto non lo fossero in realtà.

“L’attenzione è il modo in cui la nostra mente entra in contatto con le cose nell’ambiente, e che ci permette di vedere, ricordare e interagire con queste cose. Tendiamo a pensare che l’attenzione chiarisca cosa c’è là fuori. Ma essa può anche distorcere la realtà”, ha concluso Liverence.

Il senso dello studio è che non sempre la mediazione della mente è imparziale e quindi, è bene tenerne conto, soprattutto quando dobbiamo giudicare qualcosa e il nostro giudizio non collima con quello di un’altra persona. Lo stesso vale per i desideri e le cose che vogliamo a tutti i costi; prima di lanciarci in imprese avventate, dovremo razionalizzare quanto essi siano effettivamente alla nostra portata.

Articolo di Marilena Cremaschini – esperta in grafologia, criminologia e counseling/coaching

Fonte: http://www.marilenacremaschini.it/quando-la-realta-non-e-quel-che-sembra/

Sussurri dall'Eternità

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Chi leggerà questo libro apprezzerà molto l'ispirazione che prorompe dalle intuizioni spirituali di Paramahansa Yogananda. Le sue preghiere e le sue esperienze divine, scaturite negli stati più elevati della meditazione, sono espresse con un ritmo maestoso e con una bellezza poetica che toccano il cuore e l'anima.

"Ricordarsi di Dio è il modo più semplice per raggiungere la comunione con Lui", scrive Paramahansa Yogananda nell'introduzione. "E sufficiente affermare interiormente la nostra identità spirituale per rendere operante la legge che esaudisce le preghiere, alla quale hanno fatto ricorso i santi di tutte le religioni".

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