La Consapevolezza.....Essere consapevoli ..oppure.credere di essere ....Questo è il problema!!!.....07..10..09..

La Consapevolezza

Jiddu Krishnamurti


Conoscere noi stessi significa conoscere il nostro rapporto con il mondo - non
solo con il mondo delle idee e delle persone, ma anche con la natura, con le
cose che possediamo. In breve, la nostra vita - essendo la vita il rapporto con
il tutto. Naturalmente, la comprensione di tale rapporto non richiede alcuna
specializzazione, bensì la consapevolezza che la vita va affrontata come un
tutto unico. Ma come sviluppare questa consapevolezza? Ecco il nostro problema.
Come si può avere questa consapevolezza - se posso utilizzare questo termine
senza dargli il senso di specializzazione? Come si può essere capaci di
affrontare la vita come un tutto unico, il che significa non solo avere un
rapporto personale con il prossimo, ma anche con la natura, con le cose che si
posseggono, con le idee, e con le cose che la mente fabbrica, come l'illusione,
il desiderio e così via? Come si fa a essere consapevoli dell'intero processo
del rapporto? Certamente la nostra vita è fatta di questo, non è così? Non
esiste vita senza rapporti; e comprendere i rapporti non significa isolarsi. Al
contrario, richiede un pieno riconoscimento o consapevolezza del processo
complessivo del rapporto.


Come si può essere consapevoli? In che modo siamo consapevoli delle cose? In
che modo siamo consapevoli del nostro rapporto con una certa persona? In che
modo siamo consapevoli degli alberi o del verso degli uccelli? O delle nostre
reazioni quando leggiamo un giornale? Siamo consapevoli delle risposte
superficiali della mente così come di quelle profonde?


In che modo siamo consapevoli di qualunque cosa? Innanzitutto, siamo
consapevoli di una risposta a uno stimolo, non è così? Questo è evidente: vedo
qualcosa di bello, e c'è una reazione - sensazione, contatto, identificazione e
desiderio. Questo è il processo abituale. Possiamo osservare ciò che
effettivamente accade senza aver studiato alcun libro.


Attraverso l'identificazione si provano piacere e dolore. E il nostro esser
"capaci" consiste nella ricerca del piacere e nell'evitare il dolore,
non è così? Se qualcosa vi interessa, se vi procura piacere, immediatamente c'è
"capacità", c'è una consapevolezza di quel fatto; e se invece è
spiacevole, si sviluppa la "capacità" di evitarlo. Fin tanto che
ricorriamo alla "capacità" per comprendere noi stessi, credo che
siamo destinati a fallire, perché la comprensione di noi stessi non dipende
dalle nostre capacità. Non è una tecnica che si possa sviluppare, coltivare e
accrescere col tempo, affinandola continuamente. Certo, questa consapevolezza
di se' può essere saggiata nell'azione del rapporto; può essere valutata in
base al modo in cui parliamo e da come ci comportiamo. Ma provate a guardare
voi stessi senza identificazioni, senza paragoni, senza condanne; limitatevi a
guardare, e vedrete accadere una cosa straordinaria. Non solo metterete fine a
un'attività che è inconscia (poiché la maggior parte delle nostre attività sono
inconsce), non solo farete cessare questo, ma sarete consapevoli delle
motivazioni di tale azione, senza bisogno di indagare, senza scavare in essa.


Quando siete consapevoli, l'intero processo del vostro pensiero e azione vi è
chiaro; ma ciò può accadere soltanto quando non c'è condanna. Se condanno una
cosa, non la comprendo, e questo è un modo di evitare qualunque tipo di
comprensione. Penso che la maggior parte di noi lo faccia di proposito: ci
affrettiamo a condannare e pensiamo di aver capito. Se, anziché condannare,
consideriamo le cose e ne siamo consapevoli, allora il contenuto, il
significato di quell'azione comincia a chiarirsi. Sperimentatelo e vedrete da
voi. Basta essere consapevoli - senza alcun senso di giustificazione - il che
potrebbe sembrare piuttosto negativo, ma non è negativo. Al contrario, ha la
qualità della passività, che è azione diretta; e se lo sperimentate, ve ne
accorgerete.


Dopo tutto, se si vuole comprendere qualcosa, bisogna essere in uno stato d'
animo passivo, non è vero? Non ci si può pensare continuamente, specularci
sopra, o analizzarlo senza sosta. Bisogna essere abbastanza sensibili da
accoglierne il contenuto. E' come essere una lastra fotografica sensibile. Se
voglio capirvi, devo essere passivamente consapevole; e allora voi comincerete
a raccontarmi tutta la vostra storia. Certamente non è questione di capacità, o
di specializzazione. In quel processo cominciamo a comprendere noi stessi - non
solo gli strati superficiali della nostra coscienza, ma quelli più profondi, il
che è molto più importante; poiché lì si celano tutte le nostre motivazioni e
intenzioni, le nostre segrete, confuse richieste, angosce, paure, bramosie.
Esternamente possiamo averle tutte sotto controllo, ma dentro di noi ribollono.
Fin quando non saranno state interamente comprese attraverso la consapevolezza,
non potrà esserci libertà, né felicità, né intelligenza.


E' forse l'intelligenza una questione di specializzazione? L'intelligenza è in
effetti la consapevolezza totale del nostro processo. Ma tale intelligenza va
dunque coltivata attraverso una qualunque forma di specializzazione? E' proprio
questo che sta accadendo, non è così? Il sacerdote, il medico, l'ingegnere,
l'industriale, l'uomo d'affari, il professore - ormai siamo abituati a
ragionare in termini di specializzazione.


Per realizzare la forma più elevata di intelligenza - che è la verità, che è
Dio, che non può essere descritta - crediamo di doverci specializzare.
Studiamo, brancoliamo, cerchiamo; e, con la mentalità dello specialista o
prendendo a modello lo specialista, studiamo noi stessi allo scopo di
sviluppare una capacità che ci aiuti a sbrogliare i nostri conflitti, le nostre
miserie.


Ammesso che siamo consapevoli, il problema è capire se i conflitti e le
disgrazie e le sofferenze della vita quotidiana possano essere risolti da
altri; e se non è così, come possiamo noi affrontarli? Comprendere un problema
richiede ovviamente una certa intelligenza, e tale intelligenza non può
scaturire dalla specializzazione, né essere coltivata attraverso questa. Essa
si realizza solo quando siamo passivamente consapevoli dell'intero processo
della nostra coscienza, il che significa essere consapevoli di noi stessi senza
alternative, senza scegliere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.


Quando siete passivamente consapevoli, vi accorgete che da quella passività -
che non è indolenza, non è sonno, ma al contrario, estrema vigilanza - il
problema appare in una luce alquanto diversa; ciò significa che non c'è più
identificazione con il problema e, di conseguenza, non c'è più giudizio, per
cui il problema comincia a rivelare il proprio contenuto. Se riusciamo a far
questo costantemente, ininterrottamente, allora ogni problema può essere
risolto in profondità, non superficialmente.


E' questa la difficoltà, perché la maggior parte di noi è incapace di essere
passivamente consapevole, di lasciare che il problema ci racconti la storia
senza filtrarla attraverso le nostre interpretazioni. Non sappiamo guardare ai
problemi con occhio imparziale. Non ne siamo capaci, purtroppo, perché vogliamo
ricavare un risultato dal problema, vogliamo una risposta, puntiamo a un fine;
oppure cerchiamo di tradurre il problema in termini di piacere o dolore; o
ancora, abbiamo una risposta già bella e pronta circa il modo di affrontare il
problema. Dunque ci accostiamo ai problemi, che sono sempre nuovi, con i vecchi
schemi di comportamento. Il nuovo rappresenta sempre una sfida, ma la nostra
risposta è sempre il vecchio; e la nostra difficoltà consiste nel reagire alla
sfida adeguatamente, ossia complessivamente. Il problema è sempre un problema
di rapporto - con le cose, con le persone o con le idee; non esiste alcun altro
problema; e per affrontare il problema del rapporto, con le sue esigenze che
variano costantemente, per affrontarlo in maniera giusta, adeguata, bisogna
avere una consapevolezza passiva. Questa passività non è questione di
determinazione, di volontà, di disciplina; il primo passo consiste nell'essere
consapevoli che non siamo passivi. La consapevolezza di volere una certa
risposta a un determinato problema - è certamente quello il primo passo:
conoscere noi stessi in rapporto al problema e sapere come affrontarlo. Allora,
mentre cominciamo a conoscere noi stessi in rapporto al problema - come
reagiamo, quali sono i nostri vari pregiudizi, esigenze, ambizioni,
nell'affrontare il problema - questa consapevolezza rivelerà il processo del
nostro pensiero, della nostra natura interiore; e in quello c'è una
liberazione.


Certo, è importante essere consapevoli senza alternative, poiché la scelta
produce conflitto. Colui che sceglie è confuso, perciò si trova a dover
scegliere; se non fosse confuso, non ci sarebbe scelta. Soltanto colui che è
confuso sceglie ciò che farà o che non farà. L'individuo lucido e semplice non
sceglie; ciò che è, è. L'azione fondata su un'idea è ovviamente l'azione legata
alla scelta, ma tale azione non è liberatoria; al contrario, crea solo
ulteriori resistenze, nuovi conflitti, come è insito nella natura del pensiero
condizionato.


Dunque la cosa importante è essere consapevoli attimo per attimo, senza
accumulare l'esperienza che la consapevolezza comporta; nel momento in cui si
accumula, infatti, si è consapevoli solo attraverso quell'accumulazione, quello
schema, quell'esperienza La consapevolezza è allora condizionata
dall'accumulazione e, dunque, non c'è più osservazione, ma soltanto traduzione.
Laddove c'è traduzione, c'è scelta, e la scelta crea conflitto; e nel conflitto
non può esservi comprensione.


La vita è una questione di rapporto; e per comprendere quel rapporto, che non è
statico, è necessaria una consapevolezza che sia flessibile, una consapevolezza
che sia al tempo stesso vigile e passiva, non aggressivamente attiva. Come ho
già detto, tale consapevolezza passiva non si realizza attraverso questa o
quella forma di disciplina o di esercizio. Si tratta semplicemente di essere
consapevoli, attimo per attimo, del nostro pensare e sentire, e questo non
soltanto quando siamo svegli; vedremo infatti, addentrandoci in tale stato, che
cominciamo a sognare, cominciamo a vomitare simboli di ogni tipo, che
percepiamo come sogni.


In tal modo apriamo la porta del nascosto, che diventa conosciuto; ma per
trovare l'ignoto, dobbiamo oltrepassare quella porta - certo, è proprio quella
la nostra difficoltà.. La realtà non è qualcosa di conoscibile attraverso la
mente, poiché la mente è il risultato del conosciuto, del passato; perciò la
mente deve comprendere se stessa e il proprio funzionamento, la propria verità,
e solo allora l'ignoto potrà essere.

www.fuocosacro.com/pagine/.../consapevolezza.htm -

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viramo...

Quello che posso dire dopo trentanni di ricerca" è che inconsapevolmente crediamo di essere distaccati, di essere già nell'unità, quando ancora ci troviamo incastrati nei meandri dell'io".. Conoscere non vuol dire ESSERE... Ecco il vero motivo del perchè sono scettica su chi solo conosce, ma non si trova nell'esperienza dell'Esser-ci...Però è comunque una partenza, l'importante è di non essere certi di sentirsi distaccati ( ricordiamoci che la mente ci mente ) quando stiamo solo coltivando ..STATI D'ANIMO....

.Come possiamo capire se solo è conoscenza, o esperienza? Semplice....Asoltandoci fino al midollo delle ossa... e se per caso, scopriamo che ancora ci fa male, oppure semplicemente ci sentiamo disturbati...allora stiamo coltivando solo stati d'animo, ma in realtà ci troviamo ancora immersi nel pantano dell'io..  Quello che spesso dico è:" Non ha importanza dove ti  trovi , quello che veramente ha un senso, è di essere SINCERI CON SE STESSI.. NON BASTA DIRE NOI SIAMO UNO, SIAMO LIBERI COME AQUILE......BISOGNA SENTIRSI UNO.".. Per questo motivo io non dico dove sono, ma lascio che sia il mio sistema nervoso a dirmi ..dove veramente mi sto trovando lungo il cammino del grande ritorno...

Cosa ne pensate ?

NCiao!amaste'

cosa ne penso?

Penso che "non ha importanza dove ti trovi, quello che veramente ha un senso, è di essere sinceri con se stessi".

ok questa è la cosa piu' importante per me in questo momento........, a costo di risultare una persona caratterialmente difficile o ingestibile diciamo, ma sono coerente a me stessa a dove mi trovo, non provo gusto a coltivare ciò che non ho raggiunto, non mi sento a posto con me, non sento di portarmi rispetto, perchè con tutto il lavoro che ho fatto  mi sembra non carino e poco rispettoso nei miei confronti non godere di questa chiamiamola "stazione di posta" , vorrebbe dire per me non apprezzare il lavoro che ho fatto, e anche se non sono "libera o acquila" (metafora) ancora, sono meravigliosamente vera, e voglio amare questa persona che sono ora, non chi non ho ancora raggiunto e quindi non conosco, a questo punto non è importante dove mi trovo ........ il ritorno come ci dici tu Viramo è certo dal momento "che siamo entrati da quella porta" o cmq non ho dubbi sul fatto che siamo sul cammino del ritorno , e per intanto voglio essere ciò che sono in questo momento, ho vissuto una metà della mia vita di illusioni..... ora basta! l'altra metà voglio viverla realmente, e voglio che le persone che mi si avvicinano siano attratte da qualcosa di vero, umano, e con 10000 difetti che magari sono anche i loro.........

Certo, scoprire di avere delle paure o dei limiti e non cercare di far finta che non esistano può risultare più impegnativo che credere di camminare già sulle acque, ma io credo che sentirsi uno nasce dal fatto che siamo tutti sulla stessa barca, e quindi i miei bisogni sono esattamente quelli degli altri. 

Quindi se vogliamo essere migliori di ciò che realmente siamo dobbiamo per primi noi smetterla di puntarci il dito.......e dire quella parte di noi che non si deve permettere di giudicare il meglio che in questo momento possiamo essere!

questo è ciò che penso ...........ORA........

adelen

un abbraccio

 

ps. naturalmente il massimo è migliorarsi col tempo, ma in tanto..........

posso dirti quello che ho compreso...

l'altro giorno mi è stato detto questo "non mi dire se questa cosa t piace o non t piace, non lo sai, perchè non l'hai provata"

oggi mi è stato detto "quando verrai in Spagna e proverai questa cosa mi dirai se è fattibile o meno, ma prima non puoi proprio saperlo"..

insomma queste due esperienze mi hanno fatto comprendere quando parlo con la mente, perchè in effetti, non so..non posso saperlo non avendo fatto l'esperienza e la stessa cosa in due momenti diversi, in contesti diversi e con persone diverse cambia totalmente..

quindi un buon tacer..è sempre utile, in più si fanno meno danni perchè  a volte parlare preclude l'esperienza, t privi di qualcosa, t togli la sorpresa e togli l'opportunità agli altri di stupirti.

queSto è ciò che sento e, oggi, penso.

MAREA

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