Bugie: meglio smascherarle sempre?

Bugie: meglio smascherarle sempre?

Dott.ssa Lorenza Di Gaetano

“Le bugie, ragazzo mio, si riconoscono subito! Perché ve ne sono di due specie: vi sono le bugie che hanno le gambe corte, e le bugie che hanno il naso lungo: la tua per l’appunto è di quelle che ha il naso lungo”.

Non si può certo dire che anche per noi valga la lezione di Geppetto al burattino Pinocchio: a nessuno si è mai allungato il naso dopo aver detto una bugia. Eppure, da sempre ci si interroga su come smascherare le menzogne, cercando una “corrispondenza morfologica” o degli indizi che tradiscano il bugiardo.

Se n’è occupato in modo sistematico Paul Ekman, a partire dagli anni Ottanta, con una serie di studi e opere che hanno poi ispirato la serie televisiva “Lie to me”. Per Ekman, una persona mente quando vuole trarne in inganno un’altra deliberatamente, senza avvertire delle sue intenzioni e senza che il destinatario gliel’abbia esplicitamente chiesto.

In questa definizione, rientrano due modi di mentire: la ‘dissimulazione’ e la ‘falsificazione’. Nel primo caso, il bugiardo omette certe informazioni senza dire però nulla di effettivamente falso; la seconda modalità, invece, prevede non solo che venga nascosta una parte di informazione, ma anche che un’informazione falsa sia presentata come vera.

Non tutti considerano la dissimulazione una vera menzogna, tuttavia, l’occultamento delle informazioni è intenzionale, il più delle volte non è stato chiesto dalla vittima dell’inganno e costituisce pertanto una manipolazione della verità. Essa rimane comunque la forma di menzogna più utilizzata, perché è più semplice nascondere qualcosa, piuttosto che riferire il falso e probabilmente anche perché viene percepita come moralmente meno riprovevole dell’esplicita falsificazione.

Ekman poi cerca di spiegare come le bugie possano essere tradite da alcuni aspetti del comportamento di chi mente, dei veri e propri indizi che possono svelare la verità (e quindi vengono definiti “rivelatori”) oppure semplicemente suggerire che ciò che l’altro dice non è vero, senza però indicare come stanno le cose esattamente (si tratta di quelli che vengono chiamati “indizi di falso”).

Un movimento del corpo, un cambiamento di espressione del viso, una respirazione affannosa o al contrario profonda, un’inflessione della voce, un lapsus (di quelli descritti ampiamente da Freud), un gesto involontario, sono tutti segni che possono far trapelare un tentativo di mistificazione della realtà, anche se spesso non ci dicono null’altro, se non che la persona che sta interagendo con noi, prova una qualche emozione non controllata. E proprio su questo Ekman è molto chiaro: le emozioni che traspaiono durante una conversazione sono diversificate e non necessariamente sottendono una menzogna.

Facciamo un semplice esempio: Matteo viene ripreso dal padre che chiede spiegazioni sul perché è tornato tardi a casa. La ragione, spiega Matteo, è che c’è stato un incidente ed è rimasto bloccato nel traffico; nel raccontare al padre quanto accaduto, Matteo è molto agitato, gli tremano le mani e la voce. Si potrebbe ipotizzare che la spiegazione del ragazzo sia falsa e che per questo lascia trasparire una forte ansia: se così fosse la paura di Matteo sarebbe quella di essere scoperto. Inoltre, l’agitazione potrebbe aumentare perché il ragazzo è convinto che il padre lo conosca bene e che in qualche modo lo “legga nel pensiero”. Tuttavia, Matteo potrebbe anche essere agitato perché, nonostante abbia detto la verità, teme di non essere creduto dal padre e quindi di ricevere una brutta punizione ingiustamente.

Da questa semplice storia, emerge come in effetti non sia tanto facile smascherare una bugia solo sulla base di indizi comportamentali. Nel caso di Matteo, ad esempio, è chiaro come ci sia una sottile linea che separa la paura di essere scoperto da un lato e la paura di non essere creduto dall’altro. Nessun gesto, nessuna espressione del volto o alterazione della voce costituiscono di per sé un segno di bugia. Gli indizi sono diversi, ma come in tribunale, tanti indizi non costituiscono una prova e senza quest’ultima, non si può incriminare nessuno.

Anche i metodi considerati più efficaci nella ricerca della verità, come ad esempio il “poligrafo”, utilizzato negli interrogatori della Polizia e non solo, soprattutto negli Stati Uniti, lasciano insoluto il dibattito sulla loro capacità di smascherare le menzogne. Nello specifico, questo strumento registra i cambiamenti nell’attività del sistema nervoso autonomo – per esempio le variazioni del ritmo cardiaco, la temperatura cutanea, etc. – attraverso dei sensori che si applicano su varie parti del corpo del soggetto interrogato. Malgrado le controversie, tutti coloro che utilizzano tale strumento concordano sul fatto che la macchina non misura direttamente la menzogna, ma solo i cambiamenti fisiologici prodotti dalle emozioni in gioco in quel momento, che come ho accennato sono variegate e ambigue.

Insomma, tornando a quel simpatico burattino di cui parlavo all’inizio, a nessuno di noi fortunatamente si allunga il naso quando diciamo una bugia. E in effetti per alcuni è davvero un bene che ciò non accada. Esistono infatti persone che hanno fatto della menzogna uno stile di vita: si tratta di bugiardi cronici, i mitomani, che, per svariate e profonde ragioni psichiche, perdono il controllo e non riescono a non costruirsi una realtà inesistente in cui vivere. Raccontano storie inventate, esagerano i caratteri di fatti realmente accaduti e finiscono per credere loro stessi alla montagna di menzogne che producono.

Si pensa che la ragione principale di questo comportamento, sia la ricerca di approvazione sociale, il tentativo incessante di destare interesse, approvazione o compassione, in un disperato sforzo di esaltazione psicologica di sé. Il mitomane evita il contatto con la realtà, da cui potrebbe rimanere pesantemente ferito e deluso. Spesso si tratta di persone così abili nell’arte di mentire, che non lasciano nemmeno trapelare i classici segni di menzogna di cui abbiamo parlato finora.

Allora come possiamo comportarci di fronte al sospetto che il nostro interlocutore ci stia mentendo? In effetti, abbiamo due possibilità:

1- Da una parte, possiamo indossare la veste dell’investigatore e cercare di leggere ogni piccola sfumatura del discorso e del comportamento di chi sta parlando, magari incalzandolo con domande da interrogatorio. Il risultato potrà variare da situazione a situazione, ma è chiaro che i nostri rapporti con le persone risentirebbero molto di questo atteggiamento, in quanto amici e familiari non hanno certo voglia di essere sottoposti continuamente al giudizio di un improvvisato Sherlock Holmes.

2- La seconda possibilità, invece, è quella di lasciare che gli altri si esprimano liberamente e farsi guidare dal sesto senso e dalla fiducia che riponiamo (oppure no) in chi sta parlando, tenendo in considerazione un fatto molto semplice: non sempre le bugie hanno lo scopo di ingannarci, talvolta, infatti, una piccola mistificazione della realtà potrebbe – nell’intenzione del “mentitore” – volerci solo evitare dispiaceri e conflitti inutili; e ancora, non sempre chi cerca metodicamente e incessantemente di smascherare bugiardi, è più ammirevole di chi mente.

Un marito che finge di trovare divertente una barzelletta raccontata male dalla moglie, un’amica che dichiara di considerare “carino” il nostro vestito appena acquistato che ci rende molto felici, non necessariamente vogliono manipolare la realtà con l’intento di ingannare. Si tratta a volte di forme di protezione dell’altro, a cui si vuole evitare una piccola delusione; ma anche protezione di se stessi, di una parte che rimane intima e privata e che si avvale del diritto di tenere per sé pensieri o sentimenti.

Il saggio dice: “La menzogna è uno di quei medicinali che presentano rischio di assuefazione” – Pitigrilli

Articolo della Dott.ssa Lorenza Di Gaetano

Fonte: www.leparolechenonhaidetto.wordpress.com

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