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Ma quante balle ci raccontiamo per una fondamentale mancanza di onestà verso noi stessi

di Francesco Lamendola - 16/02/2010

 Non si può essere onesti verso gli altri se non si è capaci, prima, di essere onesti con se stessi, fino in fondo.
Troppo spesso noi ce la raccontiamo: e ce la raccontiamo così bene, che quasi quasi finiamo per credere, noi per primi, alle nostre stesse bugie.
Essere capaci di vera onestà con se stessi non è cosa sempre facile: molte cose vi si oppongono, prima fra tutte la difficoltà di riconoscere e accettare quella parte di noi che non si accorda con i nostri schemi mentali e con le aspettative altrui.
La sincerità totale con noi stessi è faticosa. Presuppone una certa forza d’animo e una lunga consuetudine al rigore morale; chi è sempre vissuto di scappatoie e di facili compromessi, non possiede la stoffa necessaria a tanto. Soprattutto, presuppone un certo equilibrio di fondo, una certa pace interiore, una certa stabilità emotiva.
Guardarsi dentro sino in fondo, leggere nei propri sentimenti e nei propri pensieri, senza trucchi e senza alibi prefabbricati, è un po’ come guardarsi nudi nello specchio: non tutti ne sono capaci, senza che in loro sorgano un certo disagio e persino un certo disgusto.
Naturalmente, non c’è niente di disgustoso nel proprio corpo nudo, anche se può presentare degli inestetismi: ma il fatto di accettarlo (senza narcisismi) non dipende da fattori estetici oggettivi, tanto è vero che si vede spesso che a convivere bene con il proprio corpo sono delle persone non più giovani e non bellissime; mentre uomini e donne giovani e graziosi si “vedono” estremamente brutti e ne soffrono amaramente.


Allo stesso modo, non c’è proprio niente di disgustoso nello spettacolo della propria anima: ci possono essere delle cose che non ci piacciono, ma questo non significa che dobbiamo provare vergogna e disistima di noi stessi. Se questo accade, allora vuol dire che noi non ci vogliamo bene e che non ce ne vorremmo in alcun caso, anche se - per ipotesi - potessimo scorgere solo cose belle, buone e lodevoli.
Una persona che non si vuole bene è pericolosa: inconsciamente vuole punirsi e, quindi, farsi del male; e, sia in modo intenzionale che in modo involontario, è in grado di provocare molto male anche agli altri. Per essere benevoli, bisogna essere in pace con se stessi: e si può essere in pace con se stessi pur vedendo nella propria anima delle cose che non soddisfano, e che si vorrebbero modificare.
Sapersi guardare dentro sino in fondo e sapersi accettare non significa che si debba tradurre nella dimensione esistenziale tutto ciò che esiste nella propria anima; significa che nessuna parte può essere rifiutata, senza prima essere stata riconosciuta. Ciò che viene rifiutato a quel modo, ciò che viene negato pur facendo parte dell’anima, imputridisce ed è in grado di intossicare tutta la vita dello spirito.
Vi sono delle persone, ad esempio, le quali provano un sentimento molto forte verso qualcuno, ma non hanno l’onestà di riconoscerlo e di accettarlo, lo travestono in mille maniere, lo rifiutano con mille scuse e gli danno un altro nome; persone che, nella loro solitudine, anelano disperatamente a stabilire un profondo contatto umano con l’altro.
Tuttavia, la loro irrisolvibile contraddizione è proprio questa: negano la propria apertura nel momento stesso in cui l’hanno esplicitata. Agiscono come un uomo che stia annegando e chieda aiuto, ma, al tempo stesso, respinge la mano che potrebbe aiutarlo: scalcia e si dimena scompostamente.
Vorrebbero afferrarsi, ma ne hanno il terrore; vorrebbero essere afferrati, ma ne hanno un terrore ancora più grande. Vorrebbero e non vorrebbero: e intanto si inventano mille storie per autoconvincersi che non stanno chiedendo proprio nulla, che non hanno bisogno di nulla, che sono gli altri a volersi approfittare di loro.
Non sono onesti.
La loro educazione, i loro principî, l’idea che si sono costruita di se stessi: tutte queste cose si oppongono poderosamente a un atto di onestà interiore che sarebbe, al tempo stesso, il principio della luce e della guarigione; perché la loro anima è malata.
È incredibile quanti danni faccia l’educazione ricevuta, allorché la persona, crescendo, non si rende conto che essa era solo un vestito confezionato per la sua infanzia, che deve poi essere allargato e modificato, adattandosi alle esigenze della crescita.
L’anima vuole crescere: è la sua natura, è il suo destino.
E, a differenza del corpo, non finisce mai di crescere; non arriva mai il momento in cui essa può dire a se stessa: «Ecco, sono arrivata». No: l’anima è sempre peregrinante, è sempre in cammino sulle strade polverose del mondo; perché la morde senza tregua la dolce, struggente nostalgia di casa, vale a dire dell’Essere.
L’educazione è fatta per l’anima, non l’anima per l’educazione. I valori che vengono trasmessi dai genitori, dalla scuola, dalla società, sono in funzione della crescita dell’anima: il loro scopo è quello di aiutarla a svilupparsi gioiosamente e pienamente, non quello di ingabbiarla e costringerla in una serie di rigidi schemi fissi e di penose contraddizioni.
Giunge il momento in cui l’anima deve imparare a spiccare il volo, da sola, con le sue sole forze, nel libero cielo, come l’uccello che balza fuori dal nido e si affida alle ali del vento.

Se avrà ricevuto una educazione finalizzata a realizzare quell’atto decisivo, essa conserverà sempre gratitudine per coloro che glie l’hanno fornita; e tuttavia passerà al vaglio tutti i valori che le sono stati trasmessi, per separare da essi gli aspetti formalistici, esteriori, meccanici, che forse erano giustificati nell’infanzia, ma che poi, allorché la persona si è fatta adulta, non hanno più alcuna ragion d’essere.
Purtroppo, ogni giorno vediamo lo spettacolo dei danni provocati da una educazione male intesa, ossia trasformata in una gabbia crudele, che censura spietatamente tutto ciò che l’anima riconosce in se stessa ma che giudica indegno, sporco e vergognoso, non perché sia tale (o non perché lo sia sempre), ma perché le appare in contrasto con gli aspetti esteriori e formalistici che le sono stati insegnati e dai quali non osa emanciparsi.


Una educazione formalistica e ottusamente repressiva non è, peraltro, la sola responsabile della mancanza di onestà con se stessi e della incapacità di leggere sino in fondo la verità dei propri pensieri e sentimenti.
Vi sono altre cause, fra le quali un posto eminente spetta alla presunzione ingiustificata di essere migliori di quel che si è: più disinteressati, più generosi, più altruisti. Ci si costruisce questa immagine di se stessi, ci si affeziona ad essa, non si vorrebbe più dovervi rinunziare: è così confortevole, così rassicurante! Non importa se si tratta di una menzogna: chi mai verrà a saperlo, se noi per primi riusciamo a crederci?


Quando si arriva a quel punto, si sarebbe disposti a qualsiasi bassezza morale pur di difendere, con le unghie e con i denti, la falsa immagine di sé che ci si è costruita. Coloro i quali agiscono così, di fatto, sottovalutano di molto la capacità intuitiva degli altri: perché, in genere, soltanto loro non vedono in se stessi quel che, per gli altri, è fin troppo evidente.
Come non vedere - ad esempio -, nello zelo veemente e implacabile del censore delle altrui dissolutezze, l’anima fremente di lussuria, che bolle e ribolle di passioni segrete e soffocate, le quali si prendo la loro allegra vendetta, rientrando in frotta dalla finestra, dopo essere state cacciate dalla porta?
Questi, però, sono i casi più semplici, persino patetici nella loro palese inconsapevolezza. Ve ne sono di molto più sottili ed elaborati e nei quali la menzogna è alquanto più sofisticata; casi nei quali l’anima è riuscita a costruirsi un così abile castello di menzogne, da essersi smarrita da se stessa nel labirinto della inautenticità, nel medesimo tempo in cui dispensa paterni consigli e nobili precetti di saggezza agli altri, assumendo le vesti del maestro compassionevole, invece di riconoscere la propria nudità e povertà e ammettendo la propria ignoranza e la propria mancanza di coraggio.
La viltà peggiore non consiste nella mancanza di coraggio, ma nella feroce determinazione di negare a ogni costo tale mancanza. Se l’anima riesce a confessare a se stessa di non avere coraggio, compie, con ciò stesso, un atto di coraggio non indifferente, che la riscatta, nel medesimo tempo in cui le offre una strada per uscire dal vicolo cieco in cui si è venuta a trovare.
Il coraggio, infatti, verrà dato solo a colui che sia abbastanza onesto e leale da ammettere di averne bisogno: vale a dire, abbastanza onesto e leale da riconoscere la propria vigliaccheria, e da chiamarla con il suo vero nome.
L’anima che trova il coraggio di guardarsi dentro e di riconoscersi non è mai spregevole, anche se talune delle cose che scopre in se stessa sono dure da accettare o risultano sgradevoli rispetto alle aspettative del Super-Io.
Spregevole è la commedia di chi nasconde la sporcizia sotto il tappeto e poi se ne va in giro per farsi ammirare, dicendo: «Guardate come sono bella! Guardate come sono pura e disinteressata!». Questa sì, è una cosa spregevole.
Dovremmo ripartire da qui, se davvero vogliamo ridiventare delle persone passabilmente oneste con se stesse. Dovremmo convincerci che l’anima non è mai spregevole, mai, mai: anche quando si fa strumento di pensieri e azioni spregevoli.
Lo abbiamo già detto: in noi c’è un diamante, un diamante di valore inestimabile; che, molto spesso, giace nascosto, sotto una gran massa di detriti e di sporcizia. Ma il diamante è sempre lì, splendente, luminoso: e, se trovassimo la forza di riportarlo alla luce, ne resteremmo abbagliati - e gli altri ne resterebbero abbagliati a loro volta, guardandoci.
Non confondiamo il diamante con la sporcizia. Possiamo e dobbiamo vergognarci della sporcizia e, di conseguenza, impegnarci a fare una bella pulizia nella dimora della nostra anima. Ma il diamante è sempre lì, stupendo: brilla nascosto al fondo della nostra anima e continuerebbe a brillare, anche se noi stessi non lo volessimo.
Quel diamante è la scintilla divina che ci portiamo in cuore: a volte perfino nostro malgrado, tanto siamo immersi nella viltà e nell’ignoranza. Possiamo sporcare quel diamante, possiamo sospingerlo ancora di più verso le nostre tenebrose profondità; ma non potremo mai e poi mai distruggerlo, annientarlo, farlo sparire completamente.
E questo perché il diamante brilla in noi, ma non è nostro.
Ci è stato dato, ci è stato affidato amorevolmente. Dobbiamo averne cura, come la dolce madre ha cura della creatura che è uscita dal suo grembo - ma che non è stata lei a creare.
La madre deve aiutare quella creatura a crescere, a divenire se stessa, non stringerla egoisticamente a sé: in un certo senso, deve restituirla all’Essere che glie l’aveva affidata, e da cui l’aveva ricevuta. Perché noi, da soli, non possiamo creare proprio niente, nemmeno un filo d’erba: ma tutto quel che abbiamo, lo abbiamo ricevuto dall’Essere.
Tutto abbiamo ricevuto dall’Essere; e all’Essere dobbiamo imparare a domandare anche il coraggio che ci manca.
Chi non riesce a guardare onestamente dentro la propria anima, non commette un delitto solo contro se stesso, ma anche contro l’Essere: perché l’Essere è in noi e noi siamo nell’Essere; e misconoscere la nostra verità interiore equivale a misconoscere l’Essere.
Dobbiamo smetterla di raccontarci balle e imparare ad essere un poco più onesti con noi stessi. Lo dobbiamo a noi e lo dobbiamo a quel diamante d’impareggiabile valore che giace, semisepolto, in fondo alle nostre scorie.
Perché quel diamante è l’Essere: infinitamente cosciente, infinitamente luminoso e beato.

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